|
ANGIOMI al fegato scambiati per metastasi. Per questo errore, un maceratese di 51 anni si è sottoposto per cinque anni a continui e pesantissimi cicli di chemioterapia, ha perso il lavoro, ha vissuto pensando di avere i giorni contati. Fino a quando, due mesi fa, non ha scoperto che non c’era alcuna metastasi.
A raccontare questo calvario è la vittima, un cinquantunenne della provincia di Macerata.
«NEL 2003 mi venne diagnosticato un tumore al rene». Una neoplasia particolarmente aggressiva: l’uomo viene subito operato all’ospedale cittadino. Sia prima dell’intervento, in seguito a una risonanza magnetica, sia dopo, i medici gli spiegano che il tumore ha causato metastasi al fegato. Quindi, anche se l’asportazione del rene è riuscita, il paziente deve sottoporsi alla chemioterapia.
«LE CURE erano pesantissime tanto che, tra l’intervento al rene e le conseguenze dei medicinali, ho dovuto chiedere il prepensionamento e lasciare il lavoro al Comune». La vita per lui e per la sua famiglia diventa un incubo: malgrado i cicli continui, dalle visite non risultano miglioramenti. I medici parlano di una situazione estremamente grave, tanto che lo mettono in lista d’attesa per un eventuale trapianto di fegato. Nel frattempo, l’uomo e i suoi cari fanno i conti con la consapevolezza di avere i giorni contati: le chance di superare la malattia, secondo i sanitari, sono molto basse.
COSÌ PASSANO cinque anni, di sofferenze e dolore. A settembre però il maceratese decide di sottoporsi a una risonanza magnetica all’istituto Santo Stefano di Potenza Picena. Qui il medico inizia a sospettare che il fegato non abbia metastasi, ma semplici angiomi. Fa alcuni accertamenti, e alla fine conclude escludendo che le lesioni siano la conseguenza del tumore al rene. Per avere un altro parere, il cinquantenne si rivolge all’Istituto europeo oncologico di Milano: qui gli confermano che non c’è alcuna metastasi, e non c’è mai stata. Nel referto, i dottori sollecitano anche i colleghi di Macerata a interrompere la chemioterapia.
IL PAZIENTE a questo punto, assistito dall’avvocato Guido Grimaldi, ha presentato un esposto alla procura e ha inviato una segnalazione all’Asur in vista dell’apertura di una causa di risarcimento. «Non vogliamo accanirci contro l’ospedale — spiega il legale —, né gettare ombre sul servizio sanitario pubblico. Ma dopo cinque anni di inferno, è necessario dare una risposta».
E SPIEGA: «Questa persona e i suoi cari hanno vissuto pensando di avere una condanna a morte. Al mio assistito non è mai stata fatta una biopsia, per stabilire con certezza che quelle lesioni al fegato fossero metastasi. Durante l’intervento al rene, il chirurgo ha evidenziato la presenza di lesioni biancastre, e nel suo rapporto conclusivo le ritiene di verosimile origine metastatica».
SECCA la conclusione: «Neppure in quella circostanza si è pensato a prelevare un campione di tessuto, per fare accertamenti più approfonditi. E malgrado le visite continue, in più reparti dell’ospedale, la diagnosi sulle metastasi non è mai stata messa in dubbio. Una maggiore attenzione avrebbe potuto evitare questi cinque anni di sofferenze».
|