Notizie Nazionali - Politica (03/05/2012)
Governo battuto sulle pensioni. Monti: non ce l'ho con Alfano
Sgambetto del PDL, in Senato passa un emendamento di minoranza
Antonella Coppari
ROMA
LA TENSIONE nella maggioranza si respira fin dal mattino. Al Senato si esamina il decreto sulle commissioni bancarie e tra i senatori del Pdl è tutto un chiedersi se «arriverà qualche segnale di ravvedimento da Monti», oppure se il premier «sta lucidamente lavorando per andare a casa» dopo l'affondo di lunedì. Il risultato di tante ansie si traduce in un brutto segnale per il governo che viene battuto su un emendamento dell'Idv sul terreno più scivoloso per il Presidente del consiglio: le misure a favore delle pensioni dei manager pubblici. Con 124 voti contro 94 (12 astensioni) viene cancellata la norma che consentiva trattamenti previdenziali privilegiati anche ai dirigenti che, con il tetto agli stipendi, avevano subito una riduzione delle retribuzioni. E che in sostanza ristabiliva il vecchio regime, equiparando gli assegni dei più alti funzionari dello Stato a quelli del primo presidente della Corte di cassazione. Fondamentale, per la modifica, l'apporto non solo della Lega ma di ben 72 senatori del Pdl (su 95 presenti).
Ai vertici di via dell'Umiltà parlano di «sdegno spontaneo»: difficile pensare a una casualità, visto che il Pd quasi compatto (7 ribelli) vota come l'esecutivo. «Non si fanno imboscate», dice Bersani.
Non sarà una «prova tecnica di crisi» (il testo del governo viene modificato anche su un altro punto: le famiglie che vanno in rosso sul conto corrente per 500 euro per non più di 7 giorni non dovranno pagare commissioni) però è un segnale del nervosismo della maggioranza. Del resto: le ultime mosse di Palazzo Chigi preoccupano pure il Pd, il cui leader chiede a Monti di «attenuare l'Imu con una patrimoniale a carico delle grande ricchezze» e di varare «una mini golden rule» (scomputare le spese per investimenti dal bilancio, consentendo ai Comuni di spendere il denaro bloccato dal patto di stabilità).
TANTA tensione non può essere attribuita solo al voto amministrativo: c'è qualcosa di più, come implicitamente ammette Casini che annusa una «nostalgia» dei due strani alleati per i rispettivi ex premier. In questa chiave vanno letti i contatti tra Palazzo Chigi e il centrodestra (gira pure voce, non confermata, di una telefonata tra il professore e Berlusconi) e le precisazioni che prima Catricalà e poi Monti fanno: nessun attacco ad Alfano. «Non ce l'ho con lui e non l'ho mai menzionato. È un leale sostenitore del governo ma fossi nei suoi panni mi preoccuperei perché, malgrado tutto, tanti esponenti del suo partito l'hanno difeso dal mio ingiurioso attacco», spiega il professore. Riceve repliche ironiche («tutti i giornalisti hanno equivocato», riassume Crosetto) ma pure garanzie da Alfano (foto Prisma) che «arriverà alla fine della legislatura» malgrado la conferma del «no» alla proposta di compensazione dei crediti delle imprese verso lo Stato: «Sarebbe disobbedienza fiscale». Del resto, Berlusconi con i suoi è stato chiaro: «Monti non si discute, se cade si va a votare e con questa legge vincerebbe il centrosinistra». Resta l'idea di «condizionarlo», insistendo sulla riduzione delle tasse (Imu compresa) e presentando venerdì un disegno di legge per consentire compensazioni con le rate delle tasse agli imprenditori creditori verso lo Stato. «Legittimo», la replica del premier. Che confessa di aver nutrito «molte attese» per il successo di Forza Italia nel 1994 ma di essere rimasto deluso: «Non aveva la cultura delle liberalizzazioni, che invece ha fatto la sinistra».
notizie tratte da La Nazione
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